La Masseria Cucuruzza prende il suo nome dall’espressione dialettale “Cucurizzu”o “Cucuruzzu”, cioè la parte più alta di un territorio.
Nasce nei primi del 1500 come posto di guardia fortificato tra la costa ed i centri abitati al fine di soddisfare le esigenze difensive dell’entroterra dalle incursioni saracene. L’edificazione a “Torre” del primo corpo di fabbrica ne testimonia appunto la sua vocazione difensiva.
Tali modeste dimensioni vennero però ben presto superate dalle esigenze alimentari della comunità locale, esigenze che portarono alla nascita ed allo sviluppo di una vera e propria masseria fortificata. Intorno al Cucuruzzu infatti ben presto fu edificato un importante muro di cinta, doppiato da altro muro con numerose arcate lungo i tre lati.
Questa doppia protezione serviva quale sostegno per la copertura delle stalle e costituiva di fatto una barriera di protezione per un ampio cortile interno scoperto, nel quale, si svolgeva prevalentemente la vita degli abitanti e degli animali da cortile. Nasceva così una Masseria di tipo misto, cioè a carattere agro pastorale.
Nel lato sud la recinzione ospita un grande forno, atto appunto a soddisfare le esigenze alimentari della comunità e la cui testimonianza è rimasta intatta nel tempo.
Nelle immediate vicinanze ed appartenente un tempo al contesto masserizio insiste anche un antico Frantoio ipogeo, il “Trappitu” che fin a pochi anni orsono presentava una lastra di copertura con una data incisa sotto una croce: 1618.
Accedervi oggi è opera impervia essendo accessibile da una scala nascosta dalle radici di un antico fico che ne ha fatto dimora. Certo una volta entrativi e sostando sotto il piano di campagna, l’emozione è tanta. Seppur depredato di ogni attrezzo pietroso, inclusa dell’antica pietra macina ci si riesce ad immaginare l’operato dei braccianti conferitori. Sono infatti presenti ed ancora visibili lungo il confine circolare del trappitu i canali di caduta delle olive, sopra le relative vasche di raccolta, pronte alla spremitura.
Al pari degli altri trappiti ugentini quello della Cucuruzza viene messo in relazione con la politica agricola dei D’Amore, antichissima famiglia di origine fiorentina feudataria di Ugento. Carlo D’Amore, che ebbe in dono la città nel 1648 dal padre Pietro Giacomo D’Amore, divenendone marchese, curò l’impianto di nuovi e lo sviluppo dei vecchi trappiti detti “alla leccese” come quello della Cucuruzza.
Purtroppo la politica di Carlo per incrementare l’agricoltura, richiamare nuovi coloni e aumentare le sue rendite con l’olivicoltura, fallì per il diffondersi della malaria.
Durante il diffondersi dell’epidemia, la Masseria a differenza dei contesti più modesti e meno ospitali, continuò a restare attiva ed operosa. Le ampie dimensioni unitamente alla disponibilità di cisterne per l’acqua potabile e la felice posizione rocciosa contribuirono allo sviluppo di una sua terza funzione oltre a quella difensiva ed agricola, la sanitaria.
Alcuni membri degli ordini ospedalieri (come i Gerosolimitani, poi Cavalieri di Malta) che all’epoca istituivano strutture di accoglienza lungo le vie di comunicazione del Mezzogiorno per curare i viandanti colpiti da febbri malariche, la scelsero come sede operativa.
La Masseria si inseriva infatti, su un’antica strada (lungo la quale sono stati rinvenuti reperti risalenti addiritura all’epoca romana) che conduceva al famoso Casale di Ruggiano, fungendo da centro di soccorso per i viandanti lungo le direttrici che portavano verso i porti d’imbarco come Torre San Giovanni.
L’opera dei monaci ospedalieri resta quindi profondamente legata alla storia della sopravvivenza del territorio di Ugento. Essi furono i primi a comprendere l’importanza del controllo delle acque e la necessità della diffusione delle tecniche rurali medioevali anche in contesti legati alla struttura del latifondo. Anche la presenza della “Titomba”, una necropoli attigua, ma separata dalla Masseria si inserisce in questo contesto di sviluppo, salubrità e consapevolezza. Elementi questi che arricchirono la figura del Massaro di quelle professionalità necessarie, nel tempo, alla conduzione di una comunità agricola complessa.
Si deve all’opera dei Monaci Ospedalieri anche il contributo all’edificazione, nei primi del 1700, della Chiesa annessa al frontespizio. Essa si presenta con una facciata semplice. Il portale è sormontato da una croce in rilievo e da una finestra a forma di cuore. L’interno è coperto con una volta a spigolo di rarissimo disegno con tratti che rimandano ad antichi ordini cavallereschi. L’altare, in parte demolito dalla demoniaca opera di cercatori di lasciti, presenta dei preziosi motivi ornamentali resi con lo stucco. Dell’affresco di San Michele Arcangelo, anch’esso barbaramente sottratto alla Chiesa, resta solo il ricordo nella memoria di vecchi saggi e fedeli. Oggi è stato apposto un dipinto ad olio a ricordo di quel San Michele che riuscì a vincere sul male. Nella controfacciata, in alto, è presente un ballatoio, il matroneo, ove, dall’alto, i signori della masseria potevano assistere alla celebrazione della messa, senza mischiarsi con i massari ed i contadini.
Sono questi gli anni in cui i proprietari decidono di ampliare la Masseria con la costruzione del piano superiore, il piano nobile, rendendolo un luogo adatto al loro soggiorno durante la bella stagione per sfuggire alla calura estiva e trovare rifugio spirituale.
Al centro del ballatoio era anche presente una grande lastra con inciso probabilmente lo stemma della famiglia che la abitava in quegli anni, forse i Valente che ne furono proprietari fino agli anni venti, quando l’intero complesso rurale venne poi acquistato, pare con i proventi di una “acchiatura”, da Peppino Caputo, che l’abitò fino agli anni 40.
La proprietà passò poi ai Corvaglia.
Nei primi anni novanta la Masseria passò nuovamente ad un Caputo, Pompeo che ne intraprese il difficile cammino del restauro insieme alla sua anima, Vincenza.
Oggi la Masseria è un resort che conserva l’architettura storica e gli ulivi secolari rimasti, dopo la diffusione della xylella, testimoniano ancora una volta la lunga lotta fra il bene ed il male. Essi, grazie alla cura dei moderni massari, sopravvivono e…. sono in compagnia di migliaia di nuove piante. Questo è un BENE che lotta e resiste!